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Pubblicato da operatore il
19/01/2012
alle ore 13.06.35
LA PROLUSIONE DEL PROF. GIUSEPPE ACOCELLA
L’inaugurazione di quest’anno cade pressoché in coincidenza con la scadenza del triennio durante il quale ho avuto il compito di reggere la guida della Libera Università degli Studi per l’Innovazione e per l’Organizzazione grazie alla designazione da parte dell’Istituto “S. Pio V”, promotore di questo Ateneo un quindicennio fa, ed in virtù della elezione da parte del Consiglio di Amministrazione all’inizio di aprile 2009. E’ stato un triennio particolarmente sofferto per il sistema universitario italiano, scosso dalle tensioni di un processo riformatore correlato ad una sostanziale diminuzione dell’impegno di risorse pubbliche proprio nel momento in cui la trasformazione del progetto formativo e scientifico avrebbe avuto più bisogno di sostegno, ed in cui la crisi economica metteva anche le famiglie in condizioni di maggiore difficoltà nell’affrontare le spese di istruzione superiore, specie nelle università libere. Ricordo a tutti che Almalaurea ha documentato nel 2011 (cfr. Relazione del Direttore del 23 luglio 2011) che le immatricolazioni all’Università si sono ridotte in Italia del 13 per cento in pochi anni, nonostante il ritardo ancora da noi registrato rispetto agli altri paesi avanzati e agli obiettivi 2020 indicati dall’Unione Europea.
In questo Ateneo – che ha dovuto peraltro fronteggiare anche una situazione pregressa che presentava una offerta formativa non soddisfatta convenientemente dalle disponibilità dell’organico - il completamento del processo di adeguamento, previsto dalla legge 270 proprio a partire dall’A.A. 2010-2011 per quello che è stato definito “Nuovissimo Ordinamento” (per distinguerlo dal “Nuovo ordinamento” subentrato con il D.M 599 all’ordinamento tradizionale), ha imposto una difficile gestione della presenza di tre percorsi e della transizione dall’uno all’altro differenziata in base alle opzioni di ciascun studente.
In questo quadro l’apporto del personale tecnico-amministrativo e del corpo docente (specie quello impegnato nelle Commissioni didattiche) è stato esemplare e superiore all’ordinaria amministrazione. Abbiamo inoltre assistito nel triennio al naturale ricambio dei vertici delle Facoltà - talvolta indotti da eventi dolorosi come la scomparsa inattesa del prof. Zaccaria - che deve significare anche nuovo slancio rispetto ai compiti che attendono gli assetti organizzativi interne alle Università (è noto che la legge 240 prevede la scomparsa delle Facoltà strutture organizzative consone alla vecchia, ma gloriosa istituzione universitaria, in un orizzonte ancora molto incerto normativamente e soprattutto finanziariamente).
La valorizzazione della istruzione universitaria rischia di scontrarsi – in nome della inderogabilità delle novità - con la difficoltà di collocare con chiarezza il valore stesso della laurea nei livelli di accesso al lavoro qualificato. Infatti, se nelle Università, con l’applicazione a regime dei cosiddetti nuovissimi ordinamenti didattici, coesistono gli studenti del vecchio ordinamento (V.O.), del nuovo ordinamento (N.O.), e ora anche del nuovissimo ordinamento (NN.O.), e poi ancora quelli del vecchio ordinamento transitati al nuovo con riconoscimento di CFU pregressi, è facile immaginare quanto caotica si possa presentare la situazione amministrativa (con profonde ripercussioni sugli itinerari formativi), con la coda dei facili ed improvvisati giudizi - anche per queste ragioni - sull’efficacia del sistema che in questi anni abbondano sulla bocca di giornalisti, opinionisti, politici, maîtres à penser soi-disants, e intellettuali di incerto curriculum ma di certissima affiliazione.
Nonostante tutto in questo contesto – come documentano le attività istituzionale della CRUI – gli Atenei hanno “accompagnato” il processo riformatore che Governo e Parlamento hanno messo in campo con la sofferta elaborazione ed approvazione alla fine del 2010 della Legge 240, tentando di indirizzarne gli orientamenti, correggerne le superfetazioni e le false ingenuità rivoluzionarie, spingerne nella direzione dell’efficienza l’esito. Sulle Linee generali di indirizzo della programmazione delle Università per il triennio 2010-2012 la CRUI ha espresso parere (su richiesta del MIUR n. 105 del 27 ottobre 2010) manifestando riserve sulla prospettiva <<di una possibile ridefinizione degli ordinamenti didattici dei corsi di studio, che porti alla sostituzione delle linee-guida definite dal DM 26 luglio 2007 n. 386>>. Anche le prospettive incoraggianti che il Ministro Profumo nei due incontri con la Conferenza dei Rettori ha voluto prefigurare attendono una verifica concreta nei prossimi mesi ed anni. Abbiamo in questo quadro – più piccola tra le Università presenti in CRUI – contribuito allo sforzo di salvaguardare (affinché l’autonomia universitaria non si traducesse in mera disgregazione del sistema universitario) l’indispensabile coerenza che il sistema ha cercato di realizzare anche in relazione all’iter complesso della emanazione dei decreti attuativi, con speciale attenzione per il raccordo tra formazione universitaria e nuove tendenze del mercato del lavoro. Tale raccordo non può però diventare tanto prevalente da escludere – come certi discutibili orientamenti fanno temere - addirittura la dimensione della Università come sede primaria della ricerca secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale.
Nel contempo abbiamo provveduto - sin dall’inizio del triennio in questione (2009-2012) - anche alla nuova denominazione, già con la modifica dello Statuto approvato nel primo anno del mio Rettorato, nonché alla modifica ed adeguamento dell’offerta formativa che oggi vede nel nostro Ateneo tre Facoltà con cinque corsi di laurea tra quelli di primo e quelli di secondo livello, nonché la prosecuzione di quelli ad esaurimento del vecchio ordinamento. Molto incrementata è risultata l’attività di master post-laurea e corsi di aggiornamento, anche grazie alla solerzia e al contributo di riorganizzazione amministrativa apportata dal FORMIT, chiamato dall’Istituto “S. Pio V” a condividere la responsabilità della gestione della LUSPIO nel nuovo quadro normativo. L’ingresso del FORMIT e la nuova governance che è scaturita dai nuovi equilibri tra soggetto promotore - l’Istituto “S. Pio V” - e il partner che dall’approvazione del nuovo Statuto (approvato dal MIUR ed emanato all’inizio del presente anno accademico) ha assunto rilevanti responsabilità nel Consiglio di Amministrazione - il FORMIT – risponde alla necessità che la situazione nel suo complesso, e la particolare connotazione rivestita da una Università non statale come la LUSPIO, richiedono oggi più che mai.
Con queste considerazioni - concludendosi, come ricordavo, il triennio del mio mandato - intendo riaffermare che considero conclusa la fase di riorganizzazione che mi era stata affidata ed il mio compito, e dunque questa è per l’ultima inaugurazione in questa Università. Dichiaro pertanto aperto l’Anno Accademico 2011-2012 della Libera Università degli Studi per l’Innovazione e le Organizzazioni.
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23/11/2011
alle ore 9.28.06
Il prof. GIUSEPPE ACOCELLA, Rettore della Università di Roma LUSPIO, ha ricevuto il 12 novembre 2011 il Premio Internazionale “Giuseppe Sciacca” - Premio speciale per la Sezione giuridica - in occasione della X edizione presieduta dal Prof. Don Bruno Lima e cordonata dal Dott. Giovanni Cinque.
La Giuria - presieduta dal Prof. Giuseppe Santaniello, Presidente onorario del Consiglio di Stato – ha insignito il prof. Acocella del prestigioso riconoscimento nel corso della solenne cerimonia svoltasi presso la Città del Vaticano nell’Aula Magna della Pontificia Università urbaniana, alla presenza del Card. Dario Castrillon Hoyos, ed in occasione della quale è stata premiata la campionessa di scherma Valentina Vezzali e sono stati commemorati i caduti dell’Esercito e dell’Aereonautica impegnati nelle missioni italiane di pace.
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18/07/2011
alle ore 10.31.58

Il Faro on line- Un altro autorevole contributo all’interessante discussione sugli effetti della riforma Gelmini, ci viene da Giuseppe Acocella, dal marzo 2009 Rettore Magnifico della Università degli studi di Roma (LUSPIO). Nato il 10 agosto 1948 ad Andretta (AV), si è laureato in Giurisprudenza nell’Università degli studi di Napoli “Federico II”, ed è stato nella medesima Università Professore Ordinario di Etica sociale nonché Presidente del Corso di laurea in Scienze del servizio sociale e del Corso di laurea specialistica in Progettazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali, fino al momento della elezione - nell’ottobre 2005 (VIII Consiliatura 2005-2010) - alla carica di Vice Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), organo costituzionale di iniziativa legislativa e di consulenza del Governo e del Parlamento. Presidente della Fondazione “D. Colasanto” (con la quale promosse il primo <<Osservatorio sulla camorra>> nel 1982) dal 1981 al 1990, è Socio Ordinario residente dell’Accademia di Scienze morali e politiche (Società nazionale di Scienze Lettere e Arti in Napoli) e dell’Accademia Pontaniana, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto “V. Bachelet”, del Consiglio scientifico del C.I.R.B. (Centro Interuniversitario per la Ricerca Bioetica), del Comitato scientifico del CEGA (Centro di Etica Generale ed applicata), nonché Presidente del Premio internazionale di diritto “Duca d’Amalfi Maestro del diritto” dal 1999. E’ stato Segretario Generale della CISL Università dal 1997 al 2001 e Direttore del Centro Studi Nazionale - Scuola sindacale di Firenze della CISL dal 2001 al 2006.
Componente del Comitato di redazione dell’"Archivio di storia della cultura" e dei Comitati scientifici delle riviste di cultura della comunicazione "Desk" e "Matrix", è autore di numerose monografie e di saggi sui problemi dello Stato contemporaneo, sulla crisi del diritto, sulla storia delle idee economiche e sociali e del pensiero etico-politico, sulla storia della cultura e dei movimenti sociali, ha negli ultimi anni pubblicato numerosi saggi in materia di etica applicata (etica della economia e della impresa, della comunicazione, bioetica sociale), con una bibliografia annoverante centinaia di titoli.
Tra i volumi pubblicati nell’ultimo decennio: Elementi di bioetica sociale (1998); Storia della Cisl, (V ed. 2009); Le tavole della legge. Educazione, società, Stato nell’etica civile di Aristide Gabelli (II ed. 2005), Etica sociale (2003), Per una filosofia politica dell’Italia civile (2004), Etica, economia, lavoro (2007, II ed. 2008), Etica,diritto, democrazia (2010).
- La recente classifica del Times (2008) delle migliori università al mondo include Bologna in 192esima posizione, La Sapienza alla 205esima, il Politecnico di Milano alla 291esima e l’Università di Padova alla 296esima. Perché l’università italiana non sa essere competitiva? Ritiene che questa riforma possa aiutare l’Italia in tal senso?
Dovrei esprimere numerosi, articolati e documentati dubbi sulla effettiva consistenza e congruenza dei criteri adottati per stilare graduatorie che adottano parametri apertamente “orientati” o – nel caso più innocente – meramente quantitativi o del tutto formali. Se l’Università è crescita e trasmissione dei saperi, forse occorre chiedersi se la “competizione” nella quale difetterebbero gli Atenei italiani non corrisponda ad un criterio riferito piuttosto alla sola convenienza economica, cui sottoporre la ricerca, o solo attento alla funzione di “formazione professionale”, importante ma non tale da esaurire la “missione” dell’Università nella società attuale. La riforma promossa con la legge del 2010 tenta la razionalizzazione di superfetazioni e proliferazioni inutili, ma non incoraggia la ricerca, che resta la condizione per conseguire la qualità dell’istruzione universitaria.
- Secondo il rapporto dell’Ocse Education at a Glance 2008, la spesa per l’istruzione terziaria in Italia è inferiore all’1% del Pil, contro il quasi 3% degli Usa. La spesa per l’istruzione globalmente considerata è invece pari al 3,3% del Pil, contro il 5,8% della media dei Paesi Ocse. Perché l’Italia non crede nella scuola oppure si può essere ugualmente efficienti spendendo meno?
La risposta è nei dati esposti. In questo Paese si abbonda in dichiarazioni roboanti, in specie da parte della classe politica che dovrebbe provvedere, sulla centralità dell’istruzione, della cultura, dell’Innovazione che lo sviluppo della ricerca consente nei paesi avanzati. A questa proclamazione costante e impegnata corrisponde una assoluta sottovalutazione dei bisogni della Università, tanto che le “spese per la cultura” sono intese essenzialmente rivolte al mondo dello spettacolo, a cui viene dedicata assai più attenzione, e verso cui si dirottano anche le risorse residue, dal momento che si tratta di un mondo molto più efficace nell’azione di lobby e nelle pressioni attraverso gli strumenti della comunicazione chiassosa. Il richiamo costituzionale dell’art. 33 ed il bisogno delle famiglie di contare su un sistema universitario sostenuto e tutelato sembra non siano sufficienti a spingere chi potrebbe e dovrebbe a colmare il gap tra dichiarazioni e interventi effettivi.
- Nelle proposte di riforma della governance delle università la Crui ha affermato che «obiettivi centrali della riforma devono essere di ridurre la frammentazione, di contrastare la dispersione di risorse, di aumentare la capacità decisionale e l’operatività degli organi di governo a tutti i livelli, mettendo gli atenei in condizione di formulare più ambiziose strategie autonome e di poterle attivare nei tempi e nei modi richiesti, venendo chiamati a rispondere puntualmente». In che modo è possibile ottenere questo risultato?
Sono obiettivi che – come ha dimostrato l’atteggiamento sempre costruttivo e dialogante della CRUI – sono ampiamente condivisi dal mondo universitario, anche realisticamente ammettendo un grave vizio di “autoreferenzialità” che di frequente separa questo mondo dalle esigenze sociali e dalle responsabilità che l’alto compito pubblico espletato dal sistema universitario con la ricerca e con la docenza richiedono a tutti. L’autonomia degli Atenei – principio esaltato e considerato essenziale per lo sviluppo ed adeguamento del sistema universitario di interesse pubblico – viene continuamente screditato e sgretolato dalla caduta delle risorse e dai pressanti vincoli imposti senza contrappesi e strumentazioni adeguate.
- Riconoscere il merito nelle università è un altro punto intorno al quale si è dibattuto molto quest’estate. Qual è il suo punto di vista a questo proposito?
Non saranno certo le imbalsamate metodologie valutative – spesso astrattamente elaborate senza esperienza diretta dei percorsi culturali propri dell’Università – a poter verificare adeguatamente la qualità ed il merito del lavoro universitario. Lo sforzo che il mondo accademico – a partire dalle iniziative messe in campo dalla CRUI – sta facendo proprio nella direzione di sottoporre a verifica l’impegno, non sempre adeguato, del personale di ricerca e di docenza, intende far corrispondere i comportamenti dei singoli e delle strutture accademiche agli obiettivi che per tradizione e dignità, riuscendo sempre ad adeguarsi alle novità, il sistema universitario italiano è chiamato da sempre a perseguire.
Pasquale Maria Sansone
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Pubblicato da operatore il
27/06/2011
alle ore 16.16.08

La grande trasformazione ha inciso soprattutto sul carattere fondamentale del diritto moderno, il principio monismo, che dal sovrano assoluto allo statalismo giuridico ha identificato il diritto con lo Stato della modernità, capace di produrre razionalmente la norma. Il monismo giuridico entra in crisi quando la espansione sovranazionale dei processi economici e sociali - travolgendo gli stessi caratteri con cui la democrazia aveva cercato di temperare l’assolutismo giuridico in virtù del quale l’unica fonte del diritto è la sovranità statale, ripropone con forza la pluralità delle fonti e delle modalità di produzione normativa. Però ne discende che all’unicità razionale delle fonti rischia di sostituirsi di fatto una giurisprudenza creativa - libera dall’obbedienza alla legge e liberatasi in nome del diritto della stessa certezza del diritto – che ripropone le ambiguità delle tesi del diritto libero e dello Stato dei giudici già affacciatesi nei primi decenni del Novecento in Germania sull’antico troco del savignyano principio del Volksgeist, responsabile di molte insidie per la legalità dello Stato di diritto, come l’avvento del totalitarismo si incaricò di mostrare.
Si rende così necessario riproporre il tema delle basi etiche della democrazia contemporanea, e del diritto che ne regola la convivenza sociale, alla ricerca continua di un equilibrio efficace tra tutela dell’individualità e dimensione collettiva, che giunga a valorizzare una democrazia capace di temperare il giuspositivismo dello statalismo di impronta giacobina con una visione pluralista delle fonti dell’esperienza giuridica.
Paradossalmente – se il passaggio alla modernità aveva beneficamente storicizzato l’universalismo giusnaturalistico, fornendo allo Stato nazionale le ragioni della sua sovranità legislatrice – un nuovo universalismo dai caratteri meno ideali sgretola le certezze nazionali, sottomettendo all’economia globale e alla sua “razionalità” le ragioni dell’etica e della democrazia. La Lex mercatoria ridimensiona così – in nome del nuovo diritto – il ruolo stesso dei fondamenti etici della democrazia, e del diritto come regolatore della vita sociale, travolgendo il ruolo dello Stato e dell’ordinamento giuridico, a meno che quest’ultimo, svincolato dallo Stato quale unica fonte di produzione legislatrice, si presenti come esito della vitalità delle realtà sociali e rilanci i caratteri nuovi di una democrazia che non coincide con la volontà sovrana espressa dallo Stato, ma sia finalmente espressione della nuova sovranità popolare, rispettosa della persona e delle rappresentanze sociali attraverso cui si esprime la società pluralista.
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Pubblicato da operatore il
27/06/2011
alle ore 16.12.15
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